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Tanta gioia, nessun piacere. Come sopravvivere ai figli

Diamo per scontato che avere bambini ci renderà più felici, ma da cinquant’anni a questa parte molti studi dimostrano che è esattamente il contrario. La maternità è considerata l’esperienza più gratificante per una donna, ma davvero un figlio rende così felici?

Nel settembre 2014 esce in Italia, edito da Rizzoli, il libro di Jennifer Senior “Tanta gioia, nessun piacere”. L’autrice entra nel vivo del dibattito sull’infelicità crescente del genitore moderno, per arricchirlo con la sua esperienza personale e indicarne una nuova prospettiva. Con l’aiuto delle più recenti ricerche sul tema, e attraverso le testimonianze di mamme e papà, spiega come l’arrivo dei figli ha inciso sulla qualità della loro vita.

Arrivando alla conclusione che ha fatto gridare allo scandalo:

Oggi essere genitori è un paradosso, i figli sono ancora l’esperienza più bella della vita. Ma anche la più devastante.

«Non siamo più egoisti – ha spiegato l’autrice al New York Times – ma negli ultimi decenni i cambiamenti sociali e tecnologici sono stati così radicali che il mestiere di genitore è cambiato. Esperienza più frustrante e impegnativa di quella dei nostri nonni e dei nostri genitori».

Diventare genitore, per quanto possa essere desiderato e voluto dalla coppia, arriva nel ciclo di vita di una coppia con la stessa potenza di un incidente, e segna un irreversibile spartiacque tra il prima e il dopo.

Se il prima era organizzato sulla soddisfazione dei propri bisogni e dallo svolgimento dei propri doveri all’interno di un tempo sufficientemente prevedibile, il dopo diventa un tunnel di incertezze, di dubbi e repentini cambiamenti, tanto imprevedibili quanto irritabili. E’ uno stravolgimento del cosiddetto locus of control cioè il nostro centro di controllo, che da interno (siamo noi a decidere e ad essere responsabili del nostro stile di vita) diventa esterno: la nostra giornata, la nostra organizzazione, il nostro stile di vita, i nostri desideri e aspirazioni avranno un altro “capo” che ci chiede di lavorare a tempo indeterminato per lui. Attenzione però…

Non è il bambino di per sé a chiederci di stravolgere la nostra vita per lui. E’ la scelta che abbiamo fatto di metterlo al mondo che ce lo chiede

indipendentemente dal fatto che lo abbiamo desiderato o meno: il nostro senso di responsabilità, di dovere, di impegno diventerà il nostro nuovo interlocutore interno e aprirà la coppia a un dialogo nuovo, sicuramente diverso da quello di prima.

CAMBIA IL DIALOGO CON IL SE’. Quando si diventa genitore, i modelli genitoriali appresi nella propria famiglia d’origine si riattivano potentemente: o in adesione o in contrapposizione a quanto si è ricevuto. Per esempio se nella nostra storia abbiamo avuto una mamma apprensiva e iperprotettiva, oppure severa e poco affettuosa, oppure tutta dedita al lavoro e poco disponibile ai nostri bisogni di bambini, potremmo scoprire di agire nei confronti di nostro figlio gli stessi comportamenti che abbiamo così tanto criticato in lei. Oppure contrastarli al punto da proporre al bambino un alter ego di nostra madre, (o nostro padre per gli uomini). Scoperta sicuramente poco piacevole, ancora meno se è il nostro compagno a farcelo notare.

CAMBIA IL DIALOGO CON L’ALTRO. Contemporaneamente l’altro, che da partner diventa padre o madre, verrà investito in modo più o meno consapevole, dall’aspettativa che aderisca o meno al proprio modello interno di padre o madre, appreso sempre nella propria scuola famigliare.

CAMBIA IL DIALOGO CON LA FAMIGLIA D’ORIGINE. Se infatti prima di diventare genitore la coppia poteva bastare a se stessa, con la nascita di un figlio la casa si apre con maggiore frequenza alla visita dei familiari, soprattutto dei nonni. E a volte con conseguenze catastrofiche e tutt’altro che piacevoli! Le inevitabili ingerenze più o meno gradite, possono diventare motivo di discussione e conflitto all’interno della coppia soprattutto se vanno ad intaccare il senso di competenza genitoriale che all’inizio è tutto da costruire.

L’accudimento e il benessere di un bambino diventa oggetto di giudizio e a volte competizione tra le donne e gli uomini della famiglia, fanno sentire la donna inadeguata rispetto a questa responsabilità e spesso sola se il compagno non rimane accanto a lei per proteggerla da questi vissuti negativi, che spesso sono radicati prima di tutto dentro di lei.

La chiave di lettura proposta dall’autrice americana mette in risalto tutte i dilemmi a cui quotidianamente, in particolar modo le mamme, sono chiamate a rispondere: dal sonno rubato, alla vita non vissuta, dall’attenzione divisa tra lavoro e cura dei figli, all’isolamento sociale, situazioni di emergenze quotidiane a volte gestite al minimo delle forze e della lucidità mentale. Anche perché il genitore sa se ha fatto bene o ha fatto male in un tempo lontanissimo, quando i figli crescono, per cui è come fare un investimento di tempo di energie oggi e riscuotere il capitale a tasso di interesse variabile 20 anni dopo!

Jennifer Senior è stata coraggiosa perché è andata a toccare il mito non solo della famiglia felice, ma della madre perfetta.

Il fatto che abbia prodotto un dibattito sull’argomento, se non fatto gridare allo scandalo, mi fa pensare che ancora siamo profondamente condizionati dallo stereotipo che chiede alla donna che diventa madre di essere “super”, di negare la propria stanchezza, la propria frustrazione e perché no, a volte la non piacevolezza nel prendersi cura del proprio bambino. Donne che se confidano il proprio senso di sconforto, di noia e ansia nel giocare col proprio figlio mentre hanno ancora i piatti da lavare e la spesa da fare rischiano di essere diagnosticate depresse!

Siamo ancora impregnati di idealizzazione del ruolo materno che vuole le mamme delle super-mamme, pronte a sacrificarsi con abnegazione, ad amare incondizionatamente perché è scritto nel suo istinto, quel famigerato istinto materno che ha finito per mettere in crisi e far sentite sbagliate tutte quelle donne che questo istinto non ce l’hanno e non lo sentono. A questo proposito possiamo elencare i luoghi comuni più diffusi che ancora oggi affermano che “come la mamma non c’è nessuno”, “la mamma è sempre la mamma” e “una mamma lo sa quello di cui un figlio ha bisogno”, per poi venire a scoprire dalla cronaca che esistono donne capaci di fare del male al proprio bambino fino a togliergli la vita.

Lo stesso stereotipo vuole la donna al centro dell’organizzazione familiare il perno attorno cui ruota tutto, nel bene e nel male: se lei sta bene tutto funzione, se lei non sta bene la famiglia va a rotoli!

Penso allora che “Tanta gioia, nessun piacere” sia un libro utile alle generazioni di futuri genitori per mettersi in ascolto di quella parte della maternità e paternità che racchiude in realtà tutte le sfumature dell’amore, compresa la paura di sbagliare, il senso di colpa, la rabbia, l’ambivalenza di sentimenti, tanto più sopportabili se possono essere condivisi e non giudicati.

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