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Stop all’omofobia

Giorni fa mi sono imbattuta in un video pubblicato di recente su YouTube realizzato durante una serata evento organizzata dall’Associzione Goldengaya a Firenze. Il video si intitola “Le cose cambiano” e merita di essere divulgato.

Questo video mi ha dato l’occasione di pensare e decidere di scrivere questo articolo, non tanto come sostenitrice della causa gay, ma con l’intento di offrire qualche informazione in più sullo SVILUPPO DELL’IDENTITA’ SESSUALE.

E’ auspicabile che nell’odierna era della civiltà noi adulti possiamo mettere a disposizione dei nostri figli dei pensieri fondati su conoscenze corrette, anziché prese di posizione basate su stereotipi o pregiudizi

Ancora oggi l’omosessualità è un tema controverso e reso oggetto di malainformazione se non di BULLISMO OMOFOBICO da parte dei giovani, soprattutto attraverso il potente mezzo dei Social Network.
Diversi sono infatti i casi di giovani adolescenti morti suicida proprio a causa delle vessazioni subite dai propri compagni per la loro “diversità”.

La prima malainformazione sull’omosessualità è che sia il sintomo di una devianza sessuale, una specie di perversione o disturbo di personalità dovuto ad esperienze sessuali infantili traumatiche

Nel Manuale Diagnostico e Statistico (DSM) più utilizzato in ambito clinico per la classificazione dei disturbi psichiatrici, l’omosessualità è stata classificata:

  • nel 1952 come un Disturbo sociopatico di personalità;
  • nel 1968 viene considerata dalla comunità scientifica americana una deviazione sessuale nella categoria Altri disturbi mentali non psicotici al pari della pedofilia;
  • nel 1974 l’omosessualità diventa un disturbo mentale solo nella versione ego-distonica, cioè vissuta con disagio dall’individuo;
  • infine nel 1987 il DSM elimina l’omosessualità dalle categorie diagnostiche, interpretando il disagio ego-distonico come un processo evolutivo e non come sindrome patologica.

Dal 1994 (DSM IV) nessun omosessuale è considerato un paziente psichiatrico unicamente sulla base del suo orientamento affettivo e sessuale

L’unica condizione diagnostica conservata all’interno dei Disturbi Sessuali è il Disturbo dell’identità di genere, cioè la mancata coincidenza della propria identità biologica (per esempio avere un organo genitale maschile) con quella soggettiva psicologica (sentirsi maschio).

Nell’ultima edizione del Manuale (DSM 5, 2013) il Disturbo di identità di genere diventa Disforia di genere ed ha un suo proprio capitolo nella nuova classificazione, separato sia dalle disfunzioni sessuali che dalle parafilie. Il DSM 5 sottolinea come la non conformità di genere non sia un disturbo mentale, mentre il disturbo nasce se c’è significativo disagio associato alla condizione. Sostituire quindi il termine disturbo con disforia non solo lo rende più appropriato, ma allontana la connotazione che il paziente sia “disturbato”.

Proviamo allora a spiegare con semplicità il PROCESSO DI SVILUPPO DELL’IDENTITA’ SESSUALE, naturalmente in assenza di condizioni traumatiche psicologiche e di abusi sessuali.

L’identità sessuale è determinata dalla complessa interazione tra aspetti biologici, psicologici, educativi e socioculturali.

Lo scheletro dell’identità sessuale è sicuramente il sesso biologico, identificato alla nascita dalle gonadi esterne (o organi genitali) maschili o femminili

Si è biologicamente maschio se gli attributi genitali sono riconducibili al sesso maschile e si è biologicamente femmina se essi sono riconducibili al sesso femminile.

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Al sesso biologico segue l’attribuzione del nome, anch’esso differenziante in maschile e femminile, e a seguire tutta una serie di atteggiamenti educativi conformi alla definizione di maschio e di femmina che la cultura di appartenenza possiede nello stereotipo di riferimento.

Ciò che è meno conosciuto è che dai 18 mesi ai 3 anni si sviluppa il nucleo dell’identità di genere, che è la sensazione intima e profonda, la convinzione permanente di essere maschio o femmina

Il nucleo dell’identità di genere non cambia, è permanente, è un sentire soggettivo, una consapevolezza interna. L’appartenenza all’identità di genere può esprimersi con vissuti e comportamenti corrispondenti al proprio sentire, e può essere scollata dal genitale esterno.

L’identità di genere quasi sempre coincide con l’appartenenza al sesso biologico, ma in una minoranza di soggetti si verifica un’identificazione con le caratteristiche del sesso opposto: questo significa che è possibile sentirsi una femmina anche se si ha il corpo di un maschio o viceversa sentirsi un maschio anche se si ha il corpo di una femmina.
Questa condizione è nota come transessualismo, alla quale possono contribuire alterazioni ormonali o componenti relazionali ed esperenziali.

Se è vero che nell’anamnesi di molte persone transessuali gli elementi caratteristici della loro identità transessuale sono riscontrabili fin dall’infanzia non è detto che la presenza nell’infanzia di comportamenti o interessi tipici del sesso opposto sfoci in un’identità sessuale di tipo trans-gender.

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Una chiara presa di coscienza sulla propria identità di genere, e ancor più una scelta consapevole del proprio orientamento sessuale, è acquisibile solo al termine dell’adolescenza.

Alcuni sessuologi americani degli anni ’80 avevano formulato la Teoria della neutralità di genere, secondo cui l’identità sessuale sarebbe indipendente dal sesso genetico: essa può essere socialmente costruita e modificata attraverso l’apprendimento, opportuni interventi chirurgici e somministrazioni ormonali. Tale teoria non trovò mai una validità scientifica e il tragico caso di David Reimer, raccontato dallo scrittore John Colapinto, la smentì rovinosamente.

Introduciamo ora un altro aspetto importante dell’identità sessuale: il ruolo di genere.

Il ruolo di genere si sviluppa dai 3 ai 7 anni e comprende tutta una serie di comportamenti, atteggiamenti, manierismi, interessi e argomenti considerati tanto più appropriati quanto più aderiscono alle aspettative sociali, educative e culturali dell’essere maschio o femmina

Questi comportamenti verranno pertanto incoraggiati o scoraggiati a seconda dell’identità biologica del bambino, cioè rispetto al suo essere maschio o femmina.

Bambine che giocano a calcio

In genere la deviazione del comportamento dallo stereotipo di maschio e femmina è più tollerato sul versante femminile che su quello maschile. E’ più facile, per esempio, accettare l’interesse di una femmina alle arti marziali o al calcio che l’interesse di un maschio per la danza, considerata una pratica femminile. All’interno di alcune famiglie è addirittura presente un atteggiamento fobico nei confronti di tutte quelle attività che non sono congrue con il sesso di appartenenza, soprattutto riguardo i figli maschi. A questo proposito molto interessante è il film Billy Elliott (2000).

Infine c’è l’orientamento sessuale che è l’attrazione fisica ed affettiva per una persona di sesso diverso, dello stesso sesso o per entrambi, indipendentemente dall’identità di genere della persona

Molti adolescenti si rivolgono agli psicologi portando come problema il fatto di non essere certi del proprio orientamento sessuale.

A volte è il forte carico di aspettative che l’ambiente in cui sono cresciuti ha riversato su di loro, sul modo in cui sarebbe lecito o meno comportarsi in virtù del proprio genere sessuale, che crea o alimenta ulteriore confusione nei ragazzi.

Così come il dover corrispondere forzatamente a determinate aspettative comportamentali, presenti nei loro confronti fin dall’infanzia, può renderli insicuri fino a farli dubitare del loro orientamento affettivo, con conseguenti cadute in vissuti depressivi, di inadeguatezza, di ansia prestazionale, paura dell’esposizione e delusione delle aspettative.

Avere un orientamento piuttosto che un altro (omoaffettivo o eteroaffettivo) non è una scelta dell’individuo.
È qualcosa che lui, o lei, sente e scopre dentro di sé.
E rimane immutabile nel tempo

Spesso la clinica ci fa incontrare persone che hanno voluto forzare il proprio orientamento, ma questo nel tempo è riemerso con tutta la sua carica energetica.

Per avere una buona vita sessuale psichicamente appagante, è necessario che il sentimento derivante dall’attrazione verso uno o entrambi i sessi sia assecondato. Ciò significa che tale appagamento psicologico derivante dalla pratica sessuale deve tener conto dell’orientamento sessuale, ossia della capacità di cogliere come significativi ed importanti i suddetti segnali di attrazione.

E’ responsabilità di noi adulti confutare i pregiudizi e abbattere gli stereotipi, non solo sul tema della sessualità. Non permettiamo che la nostra ignoranza costruisca trappole ideologiche per i nostri figli. Non si tratta di essere “genitori moderni”, l’invito che desidero promuovere è di essere “genitori correttamente informati”. Solo così possiamo contribuire a non ghettizzare o, peggio, a mettere pubblicamente alla gogna chi è portatore di una diversa normalità.

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